Tommaso Aniello d'Amalfi, ecco il vero nome del grande Masaniello.
In molti nei secoli si sono confusi riguardo alle sue origini, soprattutto a causa di quel d'Amalfi che in realtà è semplicemente il suo cognome; nasce il 29 giugno del 1620 in Vico Rotto al Mercato, nelle immediate vicinanze di piazza Mercato a Napoli.
Camicia e calzoni di tela, un cappello rosso alla marinara, sempre scalzo; questo il ritratto del primo scugnizzo che la città partenopea ricordi, un ragazzo umile, pescivendolo, che aveva a cuore il bene dei propri concittadini.
La sua infanzia la passa tra il quartiere Pendino, zona in cui avviene la riscossione della gabella sui prodotti ittici, e Porta Nolana, dove invece avviene quella del dazio sulla farina; la sua famiglia è umile, ma non poverissima: suo padre, Francesco (Cicco) d'Amalfi, è un pescatore che vende al minuto, sua madre, Antonia Gargano, prima di restare incinta era massaia.
Tommaso Aniello ha due fratelli ed una sorella: Giovanni, Francesco e Grazia (il secondo morirà durante l'infanzia).
In questi anni Napoli è la seconda città più popolosa d'Europa (dopo Parigi) e conta più di 300.000 abitanti, il suo centro nevralgico è proprio piazza Mercato, laddove avvengono le esecuzioni capitali ordinate dal Vicereame spagnolo, che ha sede proprio nella città partenopea.
Negli anni '40 del seicento, la Spagna Asburgica deve affrontare diverse guerre: la sollevazione della Catalogna, la rivolta dei Paesi Bassi (avviata già dalla seconda metà del secolo precedente), la guerra dei trent'anni (cominciata nel 1618) ed infine la secessione del Portogallo; tutto ciò comporta delle spese piuttosto alte, così il regno iberico impone al Vicereame di Napoli una forte pressione fiscale.
Nel frattempo il ventenne Masaniello, pescatore e pescivendolo come il padre, cerca di "evadere" la gabella portando il pesce direttamente nelle case dei notabili, finendo spesso nei guai o ripagato male.
La sua attività principale, tuttavia, è il contrabbando e si ritrova a lavorare soprattutto per la nobiltà feudale, in primis per la marchesa di Brienza e per don Diomede Carafa, duca di Maddaloni, che lo tratta quasi come uno schiavo.
Anche sua moglie Bernardina viene arrestata per aver portato in città una calza di farina evadendo il dazio, così Masaniello è costretto ad indebitarsi per pagarne la cauzione, stimata in ben 100 scudi; proprio quest'episodio, secondo la tradizione, scatena nello scugnizzo il desiderio di vendicare il popolo dai suoi oppressori.
Quando nel 1646 il duca d'Arcos, Rodrigo Ponce de Léon, reintroduce una gravosa gabella sulla frutta (l'alimento maggiormente consumato dai ceti umili), nella mente di Masaniello inizia a balenare l'idea di organizzare una rivolta, fortificatasi poi con gli esempi di Messina, Catania e Palermo, le prime città ad insorgere contro la forte tassazione.
La rivolta vera e propria si apre il 7 luglio del 1647, con l'incoraggiamento di don Giulio Genoino, mentore del giovane napoletano, allorché alcuni lazzari decidono di sostenere un gruppo di fruttivendoli che non hanno più intenzione di pagare la gabella sulla frutta."Viva il re di Spagna, mora il malgoverno", con questa frase Masaniello guida i rivoltosi fino alle stanze della viceregina a Palazzo Reale, riuscendo ad ottenere la promessa del duca d'Arcos di abolire tutte le imposte più gravose.
L'11 luglio il giovane ribelle partenopeo, accompagnato dal cardinale Filomarino e Francesco Antonio Arpaja (il nuovo eletto del popolo), tra applausi e festeggiamenti dei popolani, si reca nuovamente presso il Palazzo Reale per incontrare i viceré; a causa di un improvviso malore, Masaniello perde i sensi, ma, non appena si riprende, viene nominato Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano.Il cardinale Filomarino, in una lettera inidirizzata a Papa Innocenzo X, lo descrive come di seguito: "Questo Masaniello è pervenuto a segno tale di autorità, di comando, di rispetto e di ubbidienza, in questi pochi giorni, che ha fatto tremare tutta la città con li suoi ordini, li quali sono stati eseguiti da' suoi seguaci con ogni puntualità e rigore: ha dimostrato prudenza, giudizio e moderazione; insomma era divenuto un re in questa città, e il più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo. Chi non l'ha veduto, non può figurarselo nell'idea; e chi l'ha veduto non può essere sufficiente a rappresentarlo perfettamente ad altri. Non vestiva altro abito che una camicia e calzoni di tela bianca ad uso di pescatore, scalzo e senza alcuna cosa in testa; né ha voluto mutar vestito, se non nella gita dal Viceré".
L'episodio del malore, avvenuto a Palazzo Reale, è il presagio di ciò che gli sta per accadere: i suoi mutati atteggiamenti, la perdita della sua umiltà, la facilità nell'ordinare l'esecuzione di chi gli rema contro, finiscono col procurargli molti nemici anche e soprattutto tra chi un tempo gli era devoto, non ultimo don Giulio Genoino.
Il 16 luglio viene ampiamente contestato dal suo popolo e cerca di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento; "tu ti ricordi, popolo mio, come eri ridotto?", la frase con cui Masaniello, ormai debilitato dalla malattia che gli si è manifestata in seguito al malore, si rivolge agli ingrati detrattori.
Si rifugia nella Basilica del Carmine, interrompe la messa e chiede all'Arcivescovo Filomarino di poter partecipare alla tradizionale cavalcata in onore della Vergine, insieme a lui e alle altre autorità cittadine; poi sale sul pulpito e tiene il suo ultimo discorso: "Amice miei, popolo mio, gente: vuie ve credite ca io sò pazzo e forze avite raggione vuie: io sò pazze overamente. Ma nunn'è colpa da mia, so state lloro che m'hanno fatto'ascì afforza n'fantasia! Io ve vulevo sulamente bbene e forze sarrà chesta 'a pazzaria ca tengo 'ncapa. Vuie primme eravate munnezza e mò site libbere. Io v'aggio fatto libbere. Ma quanto po' durà sta libbertà? Nu juorno?! Duie juorne?! E già pecché po' ve vene 'o suonno e ve jate tutte quante 'a cuccà. E facite bbuone: nun se pò campà tutta a vita cu na scupetta 'mmano. Facite comm'a Masaniello: ascite pazze, redite e vuttateve 'nterra, ca site pat' 'e figlie. Ma si ve vulite tenere 'a libbertà, nun v'addurmite! Nun pusate ll'arme! 'O vedite? A me m'hanno avvelenate e mò me vonno pure accidere. E ci 'hanno raggione lloro quanno diceno ca nu pisciavinnolo nun pò addeventà generalissimo d'a pupulazione a nu mumento a n'ato. Ma io nun vulevo fa niente 'e male e manco niente voglio. Chi me vo' bbene overamente diccesse sulo na preghiera pe me: nu requia-materna e basta pé quanno moro. P' 'o rriesto v' 'o torno a dì: nun voglio niente. Annudo so' nato e annudo voglio murì. Guardate!!!".
Si spoglia e viene deriso dai presenti, poi l'Arcivescovo lo invita a calmarsi e lo conduce in una delle celle del convento: è l'inizio della fine, la sua pazzia (che in molti sostengono sia dovuta alla somministrazione di "roserpina", potente allucinogeno, durante un ricevimento alla reggia) gli annebbia la mente.
Viene raggiunto nella sua cella da alcuni capitani delle ottine corrotti dagli spagnoli, viene freddato a colpi di archibugi e decapitato per portare la sua testa al viceré come prova della sua uccisione.
Questa è la fine ingloriosa del "ribelle tradito".
Il popolo che lo aveva "condannato" ora si rende conto che la sua morte potrebbe portare ad un nuovo aumento delle imposte, notevolmente ridotte dallo stesso Masaniello, ed improvvisamente gli ritorna devoto: alcune persone recuperano testa e corpo dell'eroe partenopeo, chiedono all'Arcivescovo di celebrare un funerale e partecipano in decine di migliaia al corteo per tutte le strade della città.
Tutto ad un tratto il popolo sente la mancanza del suo "pazzo" condottiero ed il governo spagnolo, temendo l'infuriare di una nuova sommossa, ordina di assecondare tutte le manifestazioni di devozione verso Masaniello.
Un eroe che fa parte della storia della gloriosa città partenopea, reso immortale, oltre che dalle vicende storiche, anche dai vari artisti di ogni espressione d'arte (pittura, musica, spettacolo, ecc.) che ne narrano a loro modo le gesta.
Alcuni pittori della cosiddetta Compagnia della Morte (Aniello Falcone, Salvator Rosa, Micco Spadaro, Andrea di Leone ed altri) rappresentano nelle loro opere relative alla ribellione del popolo napoletano il giovane Masaniello; diversi sono i quadri ancora esposti e ben conservati nel celebre Museo di San Martino.
Già nel 1682 una commedia teatrale è a lui dedicata: "Von dem Neapolitanischen Haupt: Rebellen Masaniello" (Masaniello, capo ribelle napoletano), di Christian Weise; nel 1828 la sua figura gioco un ruolo di primaria importanza nell'opera lirica di Daniel Auber, "La muta di Portici"; addirittura Alexandre Dumas padre narra le vicende di Masaniello nella sua opera "Il Corricolo" (1853); non può mancare, ovviamente, una commedia teatrale del grande Eduardo De Filippo a lui dedicata: "Tommaso d'Amalfi" (1963); nel 1996 Tato Russo mette in scena "Masaniello - il Musical"; sullo stesso soggetto, Angelo Antonucci produce uno sceneggiato cinematografico intitolato "Amore e libertà - Masaniello".Nel 1974 è protagonista nella canzone "'O cunto 'e Masaniello" della Nuova Compagnia di Canto Popolare; nel 1978 viene citato dai Musicanova nel "Canto allo scugnizzo", in "Je so' pazzo" di Pino Daniele nel 1979 ed in "Quel giorno a Primavera" dei Modena City Ramblers nel 2006.
Addirittura una particolare varietà di Nymphaea (Ninfea) porta il nome di Nymphaea Masaniello.
In diverse città italiane ci sono strade intitolate alla memoria di Tommaso Aniello d'Amalfi, mentre proprio a Napoli fino agli anni '70 nessuna, tant'è che si è scomodato anche il noto scrittore Luciano De Crescenzo che, nel romanzo "Così parlò Bellavista" del 1977, protesta apertamente contro questa mancanza: così anche una piazza della città partenopea, la cui zona d'ubicazione è stata recentemente riqualificata, porta il nome di Masaniello.
Infine, nella Basilica del Carmine, luogo in cui Masaniello fu sepolto inizialmente ed in cui frequentemente si recava, è ora presente una statua che lo raffigura.
Ecco una poesia dedicatagli da un anonimo poeta:
"È muorto chi lu Nobile ha smaccato,
È muorto chi ha cresciuto li panelle,
È muorto chi ha strette li Gabelle,
È muorto chi nu Regno ha sorzellato.
Napole scuso tene e derropato
Chi l'ha fatto saglì 'ncopp' a li stelle;
L'accise co na mano de rebbelle
Nu panettiere suggeco frustrato.
Che sbarione!
S'amma stammatina,Sta sera s'odia e se le fa gran guerra.
Mprimma s'onora, appriesso s'assassina.
Hoje se vede senza capa 'nterra,
Pe tutta la cetate se trascina;
Craje da Generalissimo s'attera".
mercoledì 18 febbraio 2009
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